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Autore: trabby68

Joseph Haydn: Stabat Mater

E’ uscito il nuovo CD registrato da Accademia Hermans e Coro Canticum Novum, potete ascoltarlo in anteprima sul nostro sito qui: demo

“Joseph Haydn: Stabat Mater”

Marta Matheu, Soprano
Gloria Banditelli, Alto
Mircko Guadagnini, Tenore
Sergio Foresti, Basso

CORO CANTICUM NOVUM
ACCADEMIA HERMANS

Fabio Ciofini, direttore

Discantica 277

Ascolta la demo

5 Stelle dalla Rivista Musica

Il CD dell’Accademia Hermans con il fortepianista Bart Van Oort (Concerti KV 466 e 467 per pianoforte e orchestra di W.A. Mozart) ha ricevuto un’ottima recensione dalla prestigiosa rivista di classica “Musica” (5 stelle). Il cd è segnalato come uno fra i migliori del mese di settembre 2012.

Recensione concerto

Recensione concerto

TG2 26/08/2010 ORE 13.00

“Protagonisti della serata, che ha riscosso un gran successo tra autorità e cittadini presenti, cinque concerti di Händel. L’ensemble dell’Accademia Hermans ma soprattutto il pontificio organo Dom Bedos Rubo suonato da Fabio Ciofini. Maestoso si ma delicato e puntuale, niente di meglio per suonare queste partiture”.

Stefano Campagna

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Recensione concerto

Recensione concerto

GIORNALE DELL’UMBRIA 14 ottobre 2011

Inaugurata la Stagione musicale al Teatro Cucinelli. L’Accademia Hermans teneva fede alla sua eccellenza suonando due Suites, una di Bach e l’altra di Telemann. Questa, senza scalfire la bravura dei due flautisti Marcello Gatti e Fabio Ceccarelli, convocati dalla Hermans a colorire l’ornato barocco: e di questo apporto si è avuta la convincente misura nell’ultimo numero di Telemann, una esplosiva “Conclusion”.

Stefano Ragni

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Larinda e Vanesio

Johann Adolf Hasse (1699-1783)

LARINDA E VANESIO

una produzione della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

Vanesio, Leonardo Galeazzi (basso)
Larinda, Francesca Bruni (soprano)
Mauro Bronchi, la mamma
Giovanni Tintori, mimo
Graziano Sirci – Regia

Accademia Hermans
(con strumenti originali)

Fabio Ciofini
clavicembalo e direzione


Nel fecondo panorama musicale della Napoli del primo Settecento, Johann Adolf Hasse, il “caro sassone”, compositore tedesco di nascita, italiano per sensibilità, ebbe un ruolo di primissimo piano.

Nato nei pressi di Amburgo e lasciata la Germania alla fine del 1721, sarà proprio nella città partenopea che il compositore avrà la sua affermazione, segnando i primi significativi passi di una carriera che lo condurrà nei teatri di Venezia, Vienna, Dresda e del resto d’Europa. Negli otto anni napoletani il compositore tedesco avrà infatti modo di completare la sua formazione (con Nicola Porpora e con Alessandro Scarlatti, di quest’ultimo essendo uno dei rari allievi certi) e di debuttare, nel 1825 al Teatro San Bartolomeo, con la serenata Marc’Antonio e Cleopatra, solo il primo dei suoi successi. Tra questi vanno senz’altro citati gli otto intermezzi scritti tra il 1726 e il 1730 per altrettante sue opere serie: un contributo fondamentale alla storia del genere, che proprio in quegli anni rompe ogni residuo legame con l’opera maggiore (per esempio utilizzando come protagonisti personaggi umili con ruoli secondari nell’opera seria che fa da “cornice”) e raggiunge la sua autonomia. Il fortunato catalogo fu aperto, nel dicembre del 1726, da L’artigiano gentiluomo ovvero Larinda e Vanesio, intermezzi comici in tre parti, per l’opera seria L’Astarto, come prassi dello stesso Hasse.

Il libretto di quella che sembra essere una piccola commedia borghese in nuce (anonimo, ma per molti attribuibile ad Antonio Salvi) è tratto dal precedente Il bottegaro gentiluomo dello stesso Salvi, libretto per la musica di Giuseppe Maria Orlandini, andato in scena al Teatro alla Pergola di Firenze nella stagione 1721/22 e ispirato a Le bourgeois gentilhomme di Molière (con il titolo di Il bottegaro gentiluomo gli intermezzi vengono ripresi al Teatro Sant’Angelo di Venezia nel 1730). La storia, ambientata in una casa di città, in Italia, narra delle vicende di Larinda, una ragazza di modeste origini, che mira a sposare il vecchio e ricco Vanesio. Attraverso un sapiente gioco di travestimenti e a qualche astuzia femminile, la fanciulla riesce, infine, a raggiungere il suo scopo. Una trama esilissima, come tipico del genere, che offre il destro a tutta una serie di topoi del teatro comico che dovettero giovarsi non poco della maestria dei protagonisti della prima, vere e proprie star del Teatro San Bartolomeo che la ospitò.

Vanesio era infatti Gioacchino Corrado, “virtuoso della real cappella di Napoli”, basso buffo attivo in città dall’inizio del secolo praticamente senza interruzioni e protagonista della quasi totalità delle opere comiche del San Bartolomeo (e, in parte, del Teatro dei Fiorentini). Larinda era Celeste Resse, in coppia fissa con Corrado dal 1725 al 1732 (dopo Sara Marchesini e prima di Laura Monti), poi trasferitasi in Inghilterra. I due costituirono una coppia di grandissima fama, finendo per identificarsi con la stagione d’oro degli intermezzi napoletani, di fatto almeno fino a quel 1737 che segna la chiusura del San Bartolomeo (e l’inaugurazione del Teatro di San Carlo). Ma il modello di Hasse e della scuola napoletana era destinato a essere seguito almeno fino alla metà del secolo: con titoli diversi (L’artigiano gentiluomo, Il bourgeois gentilomes – sic! – La baronessa d’Arabella, Der Handwerksmann ein Edelmann) gli intermezzi di Larinda e Vanesio continuarono a essere presenti nei teatri europei fino alla metà degli anni ’50.

© Silvia Paparelli


Intermezzi

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Livietta e Tracollo

G.B. Pergolesi (1710-1736)

Livietta e Tracollo

intermezzo in due parti

Sinfonia in FA
Maestoso sostenuto, Andante grazioso, Allegro 

una produzione della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

Personaggi ed interpreti:
Livietta, Federica Giansanti
Tracollo, Leonardo Galeazzi
Fulvia, Elena Marrone
Facenda, Graziano Sirci
I Villani

Video maker
Lorenzo Dionigi

Regia, scene e costumi
Paolo Baiocco

Accademia Hermans
(con strumenti originali)

Fabio Ciofini
clavicembalo e direzione


Intermezzo “gemello” e certamente meno noto de La Serva padrona, composto a solo un anno di distanza, Livietta e Tracollo (con il titolo di La Contadina astuta) andò in scena al Teatro San Bartolomeo di Napoli il 25 ottobre del 1734 in occasione del compleanno della Regina Elisabetta di Spagna, “riempendo” i due intervalli di Adriano in Siria, secondo la prassi ormai ventennale di inserire un titolo comico in due parti all’interno della rappresentazione di un’opera seria in tre atti. Una pratica esclusiva del teatro italiano e decisamente sui generis, che contrapponeva la vis comica e l’esiguità di mezzi sufficienti agli intermezzi al linguaggio aulico e decisamente più statico del teatro “maggiore”, a cui venivano riservate le risorse più ampie. Ciononostante, la storia degli intermezzi è anche quella di un cammino autonomo, che porterà ben presto (la celebre rappresentazione parigina de La Serva padrona del 1752 che scatenò la querelle des bouffons ne è solo una testimonianza) gli esili ed essenziali titoli comici ad essere rappresentati e applauditi in totale autonomia anche fuori dai confini nazionali. In questo contesto, Livietta e Tracollo fu tra gli intermezzi più popolari ed eseguiti della metà del Settecento: rappresentato in tutta Italia (Roma, Milano, Venezia, Genova, Firenze, Bologna), si diffuse negli anni ’40 anche in Europa (Praga, Vienna, Amburgo, Lipsia, Copenaghen, Parigi, Dresda, Brunswick), subendo numerosi rifacimenti e pastiches, anche in questo caso, secondo la prassi dell’epoca (se i nomi dei protagonisti restano ovunque pressoché invariati, tra i titoli citiamo almeno Il ladro finto pazzo, La finta polacca, Il Tracollo, Il ladro convertito per amore, Le Charlatan e i due rifacimenti goldoniani Il finto pazzo e Amor fa l’uomo cieco per Pietro Chiarini).

Il libretto, anonimo, è attribuito (Florimo, Scherillo) a Tommaso Mariani, attivo dagli anni ’20 e già autore di intermezzi per Feo (Nerina e Don Chisciotte) e Sellitti (La Vedova ingegnosa e La franchezza delle donne), tutti inseriti in quella che sarà l’ultima stagione del San Bartolomeo (1734-35), chiuso definitivamente nel 1737 per volere di Don Carlo di Borbone, giunto a Napoli all’inizio del 1734 e promotore della sostituzione di “balli” agli intermezzi. Accanto a Mariani, protagonista di quell’ultima gloriosa pagina del San Bartolomeo fu la coppia formata dal soprano Laura Monti e dal basso Gioacchino Corrado, “virtuoso della Real Cappella” napoletana, entrambi protagonisti dei titoli sopra citati e veri e propri “specialisti” del genere, che, come noto, richiedeva specifiche qualità attoriali oltre che vocali. Va detto che i libretti di Mariani (e quello di Livietta e Tracollo non fa certo eccezione) sono di qualità piuttosto dubbia, a differenza, per esempio, del libretto della “sorella maggiore” La Serva padrona, steso con mirabile puntualità da Gennarantonio Federico. Le tematiche abusate, le situazioni stereotipe (di provenienza per lo più veneziana e napoletana), la volgarità del linguaggio ne fanno un esempio di una certa mediocrità, riscattato – e non poteva essere altrimenti – solo dalla veste musicale di Pergolesi.

La vicenda si snoda esilissima verso il lieto fine con il matrimonio dei due protagonisti, attraverso una serie di travestimenti e inganni: Livietta travestita da uomo francese, Tracollo nei panni di una polacca incinta, Livietta che finge di essere in punto di morte, Tracollo che, infine, si spaccia per  astrologo pazzo. Ruolo fondamentale hanno qui, come del resto nel caso del Vespone de La Serva padrona, i due mimi: Facenda, complice di Tracollo, e Fulvia, compagna di Livia, oltre a un gruppo non meglio precisato di “contadini” che minacciano di percuotere Tracollo nel secondo intermezzo; caratteristiche che, una volta di più, sottolineano la natura “altra” degli intermezzi nel panorama teatrale settecentesco e il loro debito con il mondo della commedia dell’arte e dei suoi “lazzi”. Musicalmente l’intermezzo primo si apre con l’aria di Livietta “Vi sto ben, vi comparisco”, seguita dal recitativo “Ma lasciamo gli scherzi” con cui la protagonista en travesti tenta, chiedendo a Fulvia di fingersi sua sorella e di simulare il sonno, di ingannare il ladro Tracollo, a sua colta travestito da mendicante polacca incinta (aria “A una povera polacca”). Il recitativo che segue (“Ah voleur, assasin”) segna l’incontro tra i due, sovrapponendo al meccanismo del travestimento quello del fraintendimento linguistico, tra il francese maccheronico di Livietta e le battute in dialetto di Tracollo e si chiude con l’aria “di sdegno” di Livietta (“E voi perché venite”), non a caso “inviperita” (“sarebbe bella questa, che avessimo a servirvi, che avessimo a spassarvi e divertirvi per i begl’occhi vostri”) e di conseguenza assai vicina (mai come nel mondo dell’intermezzo nomen omen!) alla Serpina di “Stizzoso mio stizzoso” in questa sua “rivendicazione di ruolo”.

Vero topos del genere è l’accompagnato di Tracollo (“Misero! A chi mi volgerò!”), citazione del registro “alto” dell’opera seria, nel suo invocare “Proserpine, Plutoni, Idre, Cerberi, Sfingi, tempestose tempeste”. L’aria di Tracollo “Ecco il povero Tracollo già vicino a tracollar”, con il suo armamentario di imitazioni e onomatopee, e un breve recitativo che segue, conducono al consueto duetto di chiusura dell’intermezzo primo (“Vado… vado…”). Il secondo intermezzo si apre sull’inedito registro evocativo dell’aria “Vedo l’aria che si imbruna” in cui Tracollo si finge astrologo (“sono… sono il gran Chiaravalle di Milano”). Un nuovo contrasto tra i due porta alla finzione del malore di Livietta, alla sua aria “pietosa” (“Caro perdonami”) e al secondo accompagnato di Tracollo (“La credo o non la credo”, gemello dell’indecisione di Uberto in “Ah poveretta lei”, sempre ne La Serva padrona), seguito dall’aria “Non si muove”, con l’allegro “Sull’erbetta” in forma quadripartita. Un breve recitativo di riconciliazione conduce al duetto conclusivo (“Sempre attorno qual colomba”).

© Silvia Paparelli


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G.F. Händel (1685-1759)

Vespro per la Madonna del Carmelo (Roma 1707)

Dixit Dominus HWV 232
Salmo (110) per due soprani, alto, tenore, basso, voci di ripieno, archi e b.c.
I. Dixit Dominus
II. Virgam virtutis tuae
III. Tecum principium
IV. Juravit Dominus
V. Tu es sacerdos
VI. Dominus a dextris tuis
VII. Judicabit
VIII. Conquassabit
IX. De torrente in via
X. Gloria Patri

Concerto grosso in La m. op. 6 n. 4 HWV 322
I. Larghetto – Adagio
II. Allegro
III. Largo
IV. Allegro

Haec est Regina Virginum HWV 235 (Karin)
Antifona per soprano, archi e b.c.

Salve Regina HWV 241 (Giulia)
Antifona per Soprano, organo concertante archi e b.c.
I. Largo – Adagio
II. Allegro
III. Adagissimo

Nisi Dominus HWV 238
Salmo (126) per otto voci, archi e b.c.
I. Nisi Dominus
II. Vanum est vobis
III. Cum dederit
IV. Sicut sagittae
V. Beatus Vir
VI. Gloria Patri

Soprano I: Giulia Peri
Soprano II: Karin Selva
Alto: Lucia Napoli
Tenore: Baltazar Zuniga
Basso: Mauro Borgioni

Voci di Ripieno:
E. Pirondi, L. Casagrande Raffi, F. Romana Cassanelli (alto), G. Panarello (tenore), D. Bonacci (basso).

ACCADEMIA HERMANS
Vl I: Rossella Croce *(spalla), Marco Piantoni, Aki Takahashi
Vl II: Esther Crazzolara *, Yahoi Masuda, Giancarlo Ceccacci
Vle: Paolo Cantamessa, Emanuele Marcante
Vlc: Alessandra Montani *, Nicola Paoli
C. Basso: Michele Mantoni
Tiorba: Stefano Maiorana *concertino

Fabio Ciofini: organo e direzione


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Abendmusik

Johann Christoph Bach (1642-1703)
Lamento “Wie bist du denn, O Gott”
basso, violino, 2 vle da gamba e b.c.

Matthias Weckmann (1616-24?-1674)
Cantata
“Kommet her zu mir alle”
basso, 2 violini, 2 vle da gamba e b.c.

Johann Philipp Krieger (1649-1725)
Trio Sonata in Re minore
2 violini e b.c.

Johann Rosenmüller (1619-1684)
Mottetto
“De Lamentatione”
basso e b.c. (tb e org)

Johann Schop (1660-1741)
Paduana a 5 in Re minore
2 violini, 2 vle da gamba e violoncello

Nicolaus Bruhns (1665-1697)
Mottetto “De profundis clamavi” basso, 2 violini e b.c.

Franz Tunder (1614-1667)
Mottetto
“Da mihi Domine”
basso, 2 violini, 2 vle da gamba e b.c.

Accademia Hermans

Mauro Borgioni, baritono
Rossella Croce-Yayoi Masuda, violini
Teresina Croce-Claudia Pasetto, viole da gamba
Alessandra Montani, violoncello
Gabriele Palomba, tiorba
Fabio Ciofini, organo e maestro di concerto


Incentrato sulla produzione tedesca della generazione pre-bachiana, questo programma ben rappresenta il fiorire del repertorio sacro tra la Riforma e l’inizio della Guerra dei Trent’anni, in particolare legato al timbro severo ed evocativo della voce di basso, tracciando una possibile geografia musicale della Germania tardo-seicentesca.

Si apre con il lamento Wie bist Du denn, O Gott im Zorn auf mich entbrannt di Johann Christoph Bach, il più grande delle vecchie generazioni di una delle stirpi più musicalmente prolifiche della storia, “ein profonder Componisten”, come lo definiva Johann Sebastian, suo cugino di secondo grado. Organista alla corte di Arnstadt in Turingia, sua città natale, e poi (dal 1665 alla morte) alla Georgenkirche di Eisenach, dove fu anche Kammermusikus a corte, Johann Christoph lascia un’opera piuttosto esigua ma di grandissimo interesse per capacità di dominio formale e varietà espressiva. Tra le opere recentemente attribuite, i due lamenti: uno per contralto (Ach, daß ich Wassers gnug hätte) e questo, più ampio, per basso, precedentemente ritenuto opera di Johann Philipp Krieger. Articolato in cinque sezioni senza soluzione di continuità, il lamento si apre con un’ austera introduzione strumentale in mi minore, che ben anticipa il clima del salmo penitenziale. Gli incipit vocali sono caratterizzati dal solo accompagnamento del basso continuo, che poi lascia spazio al progressivo intensificarsi del ruolo concertante degli altri strumenti, in particolare del primo violino. Dopo il climax drammatico nella sezione “Du gibst mir manchen Stoß e la dolente Begehrst du Herzensangst, la disperazione  sembra lasciare spazio alla speranza nella pagina conclusiva.

Ci spostiamo a Lubecca con Nikolaus Bruhns e Franz Tunder, legati all’ambiente della Marienkirche e delle Abendmusiken. Inaugurate proprio da Tunder, a servizio della cattedrale dal 1641 alla morte, le “musiche serali” erano inizialmente semplici intrattenimenti organistici per i borghesi soliti riunirsi in chiesa in attesa dell’apertura della borsa, per poi divenire vere e proprie “rappresentazioni drammatiche” di soggetto sacro durante la direzione di Buxtehude (successore di Tunder e maestro di Bruhns), raggiungendo un fasto e una fama che motivarono i leggendari 400 km percorsi a piedi nel 1705 da Johann Sebastian Bach per assistervi. Bruhns, altro compositore dal catalogo non vastissimo, organista alla Marienkirche e poi violinista e Kappelmeister alla corte di Copenhagen, struttura la sua intonazione del De profundis (salmo 130) nello stile della cantata italiana, con linee vocali di grande duttilità espressiva ad accentuarne l’atmosfera devozionale. Analogo è il mottetto Da mihi Domine di Franz Tunder, secondo Mattheson formatosi alla scuola di Frescobaldi, prima del lungo servizio nella città anseatica. I due brani strumentali testimoniano le esperienze ampiamente cosmopolite dei due autori. Johann Philipp Krieger, nato a Norimberga e maestro di cappella a Weissenfels dopo un ricco periodo di formazione (Copenhagen, Bayreuth, Venezia, Roma), subì fortemente l’influenza italiana, filtrata attraverso i maestri Abbatini e Pasquini e riconoscibile in particolare, oltre che nell’opera vocale, nelle Sonate a tre, chiaramente ispirate al modello corelliano. Johann Schop fu invece attivo a Copenhagen e Amburgo e fu tra i padri della scuola violinistica tedesca. Il programma si conclude con la cantata Kommet her di Matthias Weckmann, compositore di cui ci resta pochissimo. Nato in Turingia, si formò a Dresda con Schütz e fu poi attivo alle corti di Copenhagen e Amburgo, dove, nel 1660, fondò il Collegium musicum. La cantata per basso “con cinque viole” sulla traduzione luterana del Vangelo di Matteo (11, 28-30) si articola in cinque sezioni consecutive: una sonata strumentale in re maggiore, seguita dalla doppia intonazione dell’incipit “Kommet her” con un intermezzo strumentale centrale; una seconda pagina strumentale dal caratteristico tema “frammentario” di tre note discendenti seguite da una pausa e due pagine vocali “Nehmet auf Euch mein Joch” e “Denn mein Joch ist sanft”, in tempo ternario, con conclusione virtuosistica.

© Silvia Paparelli


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G.F. Händel a Roma (1707) – Sacro

I mottetti e le antifone proposte in questo programma testimoniano l’arrivo del giovane compositore in Italia. Il “caro sassone” aveva intrapreso pochi mesi prima, nell’autunno del 1706, il primo dei suoi innumerevoli viaggi muovendo da Amburgo verso l’Italia, tappa irrinunciabile per chi volesse formarsi nei generi “nazionali” dell’opera e della cantata e dove Haendel ebbe la sua prima affermazione, trattenendosi fino al 1710.

Coelestis dum spirat aura HWV 231
Sonata
Recitativo: Coelestis dum spirat aura
Felix Dies, praeclara, serena
Recitativo: vestro, religiosi principes
Tam patrono singulari
Alleluja

Trio sonata HWV 391
Andante
Allegro
Arioso
Allegro

 Salve Regina HWV 241
Salve Regina (Largo – Adagio)
Eja ergo advocata nostra (Allegro)
O clemens, o pia (Adagissimo)

Sonata per Violino e b.c. HWV 358
(Allegro)
(Adagio)
(Allegro)

O qualis de cielo sonus HWV 239
Sonata
Recitativo: O qualis de coelo sonus
Ad Plausus ad Jubila
Recitativo: Eja ergo, mortalis
Gaude, tellus benigna
Alleluja

Paolo Lopez, sopranista

Accademia Hermans

Rossella Croce, violino
Yayoi Masuda, violino
Alessandra Montani, violoncello
Gabriele Palomba, tiorba
Alberto Lo Gatto, violone
Fabio Ciofini, organo e maestro di concerto


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